Un laboratorio di pratiche

Asola e Bottone è un laboratorio di contrasto alla povertà, dove la comunità viene riattivata come primo elemento di contrasto, attraverso azioni di quartiere, che utilizzano il denaro come attivatore di risorse già presenti nei territori, innescando processi di partecipazione, inclusione e reciprocità.
Il progetto si propone di lavorare con una logica di “laboratorio sperimentale”: individuare il sistema sul quale intervenire, osservarlo, formulare un'ipotesi di lavoro, sperimentarla in contesti e condizioni diverse, tentare di trarne un modello.

bottone

Appassionati di comunità

Un'asola e un bottone, ci è sembrata appropriata quest’immagine per descrivere il processo che ci ha portato a promuovere sui territori un percorso per l'animazione delle comunità locali nel contrasto alle povertà.

L'asola

L'idea di fondo è quella che i territori possano essere rappresentati proprio come un'asola, un cerchio vuoto, bucato dai bisogni, il disagio, l'esclusione sociale di molti, ed anche il degrado dei luoghi, il restringimento degli spazi collettivi. Vuoti profondi e di usi, descritti annualmente dai rapporti locali sulle povertà di Caritas, che raccontavano di una tranquilla provincia italiana, scossa dalla famigerata “crisi” del 2008 e da allora silenziosamente impoverita.

Il bottone

Contestualmente, però, la nostra esperienza ci racconta che sui territori possono essere rintracciati, miracolosamente dispersi, anche i bottoni: azioni, spesso piccole, forze, collaborazioni, dinamiche, esperienze, tentativi in grado di colmare quei vuoti, di riempirli e di trasformarli.

L'abbottonare

L'ipotesi che ci ha mossi è stata proprio l’ode che a mancare fosse proprio il gesto dell'abbottonare, la paziente operazione di accostare ad ogni asola il suo bottone e di realizzare piccole azioni di sutura e collegamento tra i vuoti ed i pieni per unire i lembi delle comunità, renderle più salde, attraverso azioni di creazione sociale collettiva per contrastare la povertà.

asola e bottone
lavora nelle periferie
come un
agitatore di energie

Prossimità come prassi

Ridefinire i servizi

Abbiamo scommesso proprio sulla prossimità, accettando la sfida di ridefinire la fisionomia dei nostri servizi nel contrasto alla povertà, spostando il fuoco dall'”erogazione” alla “relazione”, dalla “organizzazione” alla “tessitura”, dalla “competenza speci ca” alla “collaborazione trasversale”, dalla “settorialità” alla “complessità”, dalla “gestione” alla “prossimità”.

Il laboratorio permanente

Questa modalità di lavoro ha percorso da allora tutte le nostre pratiche, trasformandoci in un laboratorio permanente, restando disponibili all'investigazione dei bisogni mutevoli, plurali e complessi che le storie di povertà oggi raccontano e tentando percorsi inediti e creativi per il contrasto delle cause di impoverimento.
Con l'idea di testare pratiche, abbiamo rivisto i tradizionali luoghi Caritas di ascolto e sostegno alle fragilità e ne abbiamo creati di nuovi, proponendo alle istituzioni locali e agli altri soggetti della città di valutarne insieme l'impatto e il possibile interesse per poi riproporli a livello più sistematico e, se possibile e opportuno, assumerli nel sistema delle politiche sociali della città.

Progettare per lo scambio dialogico

Abbiamo adottato lo stile dello scambio dialogico convinti che un processo del genere fosse l’ideale per riattivare le periferie dal basso.
Citando l'esperienza dell'attivista sociale Alinsky che nella Chicago del secolo scorso si batté per i diritti dei lavoratori e della comunità afroamericana, Sennet ricorda:

“ il lavoro sul territorio è un animale del tutto diverso, non è addomes- ticato. Non ci sono scadenze prefissate e temi definiti. Le esigenze cam- biano di continuo; la situazione è fluida, mutevole; spesso gli obiettivi non si pongono in termini concreti di dollari o orari...Ecco questo è ciò che si intende per scambio dialogico *

* Richard Sennet, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione Milano, Feltrinelli, 2012

Aggregando persone che non hanno mai provato
a parlare insieme, fornendo loro dati che non conoscevano,
proponendo ulteriori contatti, l'attivista spera
di far nascere uno scambio dialogico.

Per fare tutto ci vuole un tavolo

In questo processo,
Caritas ha assunto il ruolo
di facilitare i rapporti da una parte e di attivare
i processi silenti
dall'altra.

Il primo passo sul campo è stato costituire i Tavoli di Partecipazione, prendendosi tutto il tempo di questa analisi poco composta, seguendo le tracce del vivere quotidiano dei residenti e valorizzando i molteplici punti di vista, associandoli e completandoli con quelli delle “sentinelle” individuate da loro stessi nella rete dei commercianti, degli insegnanti, degli operatori sociali, di chi nella città sta a contatto con le storie di vita e le frequenta.

Si è tornati a una narrazione della comunità a partire dalla comunità stessa, più uida, mobile e prossima di come può essere condotta da soggetti terzi o dalle istituzioni che la governano.

Il risultato di questo dialogo serrato è stata l'emersione delle criticità individuate dagli abitanti, ma anche dei punti di forza del quartiere, dei luoghi e delle relazioni dalle quali poter ripartire, nonché i luoghi minacciati, ma ancora vitali per la comunità che potevano essere coltivati e la cui responsabilità poteva essere data di nuovo alla collettività.

Fare una mappa

Abbiamo così riprodotto grandi mappe di quartiere, ci si è fisicamente camminato sopra, per riappropriarsi con consapevolezza dei “propri posti”. 

Si sono intervistati i negozianti, i farmacisti, gli insegnanti, il parroco, gli anziani ed i giovani.

Questa è stata la prima grande novità del progetto ed uno dei suoi primi e più signi cativi risultati: le persone sono uscite dalle case e si sono incontrate, al di là delle appartenenze e delle provenienze. Si è scelto di guardare agli obiettivi che potevano avvicinare, tenendo ferma la volontà di rendere il quartiere un posto più bello da abitare per i più fragili e, di conseguenza, per tutti.

Si sono prodotti questionari e raccolte impressioni e storie.
Ci si è soprattutto confrontati: appassionandosi, sorprendendoci, discutendo, litigando, commuovendosi, disperandosi talvolta e sperando di nuovo.

Protagonisti del quertiere

Si è rinnovata nelle persone la sensazione di poter dire una parola signi cativa per il proprio quartiere, di poter in maniera decisiva contribuire a scriverne un pezzetto di sorte.
Si è usciti dal ruolo passivo degli spettatori, nel quale l'unico atteggiamento dato è quello della rabbia, dell'amarezza, della lamentazione e della rassegnazione.

Quando le persone si incontrano, accadono sempre miracoli.

Ci si è sentiti protagonisti di piccole storie di cambiamento.
Il lungo confronto ha originato esiti diversi e a tratti sorprendenti.

Quando le persone si incontrano, accadono sempre miracoli.

Creatività come risorsa

Sfidare la propria capacità di esprimere comunità può diventare oggi la rivoluzione necessaria. Si tratta di chiamare a raccolta la propria creatività per animare luoghi nuovi di invenzione sociale plurali e inediti, nella convinzione ferma che aveva ragione
Don Milani.

Ho capito che
il problema degli altri è uguale al mio.
Sortirne da soli è l'avarizia,
sortirne insieme è la politica.